“Wo bist du”: testo, traduzione e significato

"Wo bist du" è la quinta traccia di "Rosenrot", il quinto album dei Rammstein, pubblicato il 28 Ottobre 2005.

Testo e Traduzione (da www.metalgermania.it)

Wo bist du - Dove sei?

Testo originale
Testo ©2005 Rammstein
Traduzione in Italiano
Traduzione ©2006 / 2015 Daniele Benedetti

Ich liebe dich
Ich liebe dich nicht
Ich liebe dich nicht mehr
Ich liebe dich nicht mehr oder weniger als du
Als du mich geliebt hast
Als du mich noch geliebt hast

Die schönen Mädchen sind nicht schön
Die warmen Hände sind so kalt
Alle Uhren bleiben stehen
Lachen ist nicht mehr gesund und bald

Such ich dich hinter dem Licht
Wo bist du
So allein will ich nicht sein
Wo bist du

Die schönen Mädchen sind nicht schön
Die warmen Hände sind so kalt
Alle Uhren bleiben stehen
Lachen ist nicht mehr gesund, und bald

Ich suche dich hinter dem Licht
Wo bist du
So allein will ich nicht sein
Wo bist du
Ich such dich unter jedem Stein
Wo bist du
Ich schlaf mit einem Messer ein

Wo bist du

Ti amo
Non ti amo
Non ti amo più
Non ti amo più o meno di te
Quando tu mi amavi
Quando tu ancora mi amavi

Le belle ragazze non sono belle
Le calde mani sono così fredde
Tutti gli orologi si sono fermati
Ridere non è più salutare e presto

Ti cercherò dietro la luce
Dove sei?
Così solo non voglio essere
Dove sei?

Le belle ragazze non sono belle
Le calde mani sono così fredde
Tutti gli orologi si sono fermati
Ridere non è più salutare e presto

Ti cerco dietro alla luce
Dove sei?
Così solo non voglio essere
Dove sei?
Ti cerco sotto ogni pietra
Dove sei?
Mi addormento [1] con un coltello

Dove sei?

[1] Quì c’è un doppio senso abbastanza esplicito, in quanto il verbo “einschlafen”, oltre che “addormentarsi”, significa anche “morire”.

Significato e spiegazione del testo (da www.metalgermania.it)

"Wo bist du" è una delle tracce contenuta in Rosenrot ed è probabilmente quella che, in tutta la discografia dei Rammstein, esprime al meglio il concetto romantico di "Sehnsucht" (malgrado il titolo omonimo di una canzone più famosa): il desiderio struggente, misto a nostalgia per la persona amata che non c'è più, l'iniziale negazione dello stesso, il dolore causato dalla solitudine, la ricerca continua che si esaurisce solo con l'annientamento finale: il sonno, quasi certamente quello eterno della morte.

Il testo si apre con una geniale costruzione in cui ad ogni frase si aggiunge una parola: "ti amo, non ti amo, non ti amo più..."; il protagonista è innamorato, ma all'inizio prova a negarlo: la storia è evidentemente finita e in queste prime righe c'è il tentativo di mostrare che la rottura non ha avuto strascichi. Ma ogni parola che aggiunge, dimostra come in realtà non sia così. Alla fine della strofa invece c'è un malinconico ricordo, misto forse al rimpianto: "non ti amo più, o almeno meno di quanto mi amavi tu...quando ancora mi amavi".

Nella strofa successiva il protagonista getta la maschera e si arrende all'evidenza, mostrando tutto il suo disagio per una situazione che lo sta distruggendo. Le immagini scelte da Till per sottolineare questo stato d'animo sono molto evocative: prima ci dice che le belle ragazze non sono belle, perché nessuna regge il confronto con l'oggetto del suo desiderio, che evidentemente va' oltre il mero aspetto fisico, e che in ogni caso gli fa perdere l'interesse per le altre ragazze; le mani calde sono fredde su di lui, ma il freddo è soprattutto quello che stringe il suo cuore a causa della perdita subita e niente, nemmeno il tocco di un'altra donna, può scaldarlo.

Gli orologi si sono fermati perché lo scorrere del tempo non ha più senso e le giornate sono tutte uguali, nemmeno ridere (evidentemente una risata "finta" e di circostanza per cercare di nascondere il reale stato d'animo) serve a rompere questo muro di profonda tristezza.

Nel ritornello il protagonista decide di passare all'azione per ritrovare la sua amata, ma già in queste parole, anche se pronunciate al futuro, il volerla cercare "dietro alla luce", sembra un presagio di quello che accadrà alla fine. Dietro alla luce c'è il buio: si tratta del buio della morte, o quello dell'abisso in cui è precipitato il suo animo? La donna è morta o lo ha semplicemente lasciato? Nel primo caso la ricerca può concludersi in un solo modo, ma tutte queste domande restano volutamente senza risposta, lasciando all'ascoltatore la libertà di interpretazione. C'è l'ammissione di non riuscire a sopportare la solitudine e il ripetere quasi ossessivo della fatidica domanda: "dove sei?".

Alla fine il futuro diventa presente, non è più solo una proiezione mentale, ma realtà: l'uomo mette in atto il suo "piano" e cerca la donna "dietro la luce" e "sotto ogni pietra" (un riferimento alla tomba?). "Stein" sicuramente è stata scelta qui anche per evocare il nome della band, come in altri pezzi, visto che nel cantato la voce insiste con forza su questo termine. Alla fine, il doppio senso piuttosto esplicito, grazie al duplice significato del verbo "einschlafen", lascia pochi dubbi sulla sorte del protagonista. Infatti se da una parte il significato principale del verbo è "addormentarsi" (e già di per sé la frase "mi addormento con un coltello" è piuttosto eloquente), lo stesso verbo può essere tradotto con "morire": la morte con il coltello, il suicidio come unica via d'uscita ad un profondo dolore senza speranza. E qui soprattutto entrano in gioco alcune tematiche proprie del romanticismo, a cui facevo riferimento nelle prime righe. Ad esempio, a parte lo strumento con cui il protagonista si uccide, sono molte le similitudini con la fine de "I dolori del giovane Werther" di Goethe, autore che sappiamo essere molto apprezzato da Till, visti gli omaggi in "Rosenrot" e "Dalai Lama". Ma il coltello come strumento di liberazione dall'infelicità è presente anche in altri testi dei Rammstein: si pensi al "bacio del coltello" presente in "Mutter" o al titolo della prima raccolta di poesie di Till ("Messer", "coltello"), in cui più di una ha come tema il suicidio. La morte arriva come una liberazione dal dolore e dall'angoscia, in linea con un album dai toni molto cupi.

Daniele Benedetti

Foto © Michel Fernando

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